• Salvatore Maurizio Sessa

6. La paura del futuro. L'avvento come educazione del desiderio

Aggiornamento: 23 nov

Anche le persone tenaci e positive, dotate di sicuro spirito di indipendenza, anche gli spiriti liberi nei loro giudizi e comportamenti, non possono non percepire un'atmosfera incupita, il cui segno precipuo è, in Occidente, una diffusa e irresponsabile frenesia di leggerezza, di ostentata celebrazione dell'effimero. Non si

costruisce per il domani, anzi dissennatamente si consumano le riserve; non si dà importanza a ciò che dura, ma a ciò che procura immediato piacere.


In tutto questo, ciò che pare più doloroso è l'angoscia dell'animo, l'assenza di motivazioni, la morte dentro. Il cuore percepisce un calo progressivo di energia, lassitudine e sfinimento; un precipitare. Mancano punti di riferimento convincenti: «Non vediamo più le nostre bandiere, non ci sono più profeti e tra noi nessuno sa fino a quando» (Sal 74,9). La speranza, che ha sorretto il cammino di tanti poveri nei secoli passati, viene ritenuta un sentimento ingenuo e persino sconveniente, irrispettoso della realtà. Noi siamo figli di questo nostro tempo, figli dei padri che, senza volerlo, ci hanno trasmesso il cromosoma della paura e della sfiducia. Che facciamo allora? Continuiamo semplicemente, come un coro greco, a prolungare gli 'ahimè',? Assumiamo la nostra storia personale con umile ma coraggiosa intraprendenza? Ci rassegniamo e lasciamo cadere le braccia o impieghiamo intelligenza, cuore e forze nella costruzione del futuro? Su quali basi, in nome di cosa o di chi, con quali energie? (Pietro Bovati).

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